L’oliva Cornacchiola è una cultivar del territorio di Vietri di Potenza, nell’area del Melandro. La drupa ha forma elissoidale, lunga circa 2,38 centimetri con un diametro circa di 2,58 cm. Il colore dell’oliva a piena maturazione è nero. Si consumano come oliva da mensa, anche se la polpa è scarsa, nere conciate o essiccate, e si usano come antipasto o come contorno. Se ne ottiene anche un olio extravergine leggermente fruttato dai sentori di erba e di mandorla, dove l’amaro e il piccante sono lievi e persistenti. Dopo la raccolta, prima di portare le olive al frantoio, si selezionano infatti quelle più grandi e polpose per la conservazione, secondo ricette e usi locali. Le olive si salano con del sale fino e si pongono in bacinelle fonde in cui sono mescolate più volte al giorno per circa quattro o cinque giorni. In questo modo perdono l’acqua in eccesso e possono essere stese su vassoi di vimini, per circa una settimana o più, ad essiccare: il luogo ideale è sui balconi, all’aria aperta e, quando possibile, al sole. Le olive dunque si assaggiano per verificare il livello di sapidità e consistenza, avendo infatti perso gran parte dell’acqua, e con essa, anche il forte sapore amaro. A questo punto si lavano con acqua tiepida e si fanno poi asciugare. Si condiscono con olio, sale, aglio a pezzettini e origano. La conservazione avviene in barattoli di vetro con un po’ di olio, cercando di non creare bolle d’aria. Oggi si utilizza anche il sottovuoto. L’importante è conservarle in un luogo fresco e asciutto.
La raccolta della Cornacchiola inizia a novembre. La produttività, la qualità del suo olio, la resistenza a stress abiotici, la rendono tra le cultivar più interessanti ed apprezzate del territorio del Melandro. La pianta è adatta a impianti di medio-alta intensità e allevamento a vaso. È autosterile, per cui necessita di opportuni impollinatori. Fiorisce quasi contemporaneamente con le varietà Romanella, Frantoio e Leccino con le quali è sovente associata. La produttività, con tendenza ad alternare, è bu ona, e la resa in olio è elevata. L’oliva Cornacchiola non è molto resistente alla rogna, ma non è molto colpita dalla mosca e dall’occhio di pavone. La presenza della coltivazione e la trasformazione delle olive è rilevata nel territorio di Vietri sin dal XVI secolo. Il trappeto, come ancora oggi viene chiamato in dialetto il frantoio oleario, rivestiva una certa rilevanza nelle entrate del feudo vietrese: alcune fonti storiche riportano che “da esso si ricavano le principali entrate del feudatario tra le quali hanno straordinaria importanza il fitto dell’Uliveto (40 ducati circa) e dell’affitto del trappeto (75 ducati)”. L’impiego delle olive è descritto anche in documenti sulle abitudini alimentari e culinarie dell’antico Convento dei Cappuccini Minori risalente al XVII secolo e situato su una collinetta sovrastante il piccolo centro. Già anticamente le olive si consumavano in vari modi e secondo varie ricette di conservazione. Sebbene molti oliveti fossero di proprietà privata, alcuni ricadevano proprio tra le proprietà del convento che "davano olio e olive da conservare, vino e uve, legumi e cereali, mentre venivano comprati gli ortaggi, la carne e il pesce”. Nel 1944 Vietri è annoverato tra i principali paesi lucani produttori di olio ed olive all’Expo della IV fiera campionaria di Napoli. Negli anni Cinquanta del secolo scorso la produzione dell’olio a Vietri è confermata dallo storico Antonio Capano che ci informa, inoltre, di come nel Settecento l’olio facesse parte della vita dei vietresi tanto da costituirne parte della dote delle giovani del paese. L’oliva Cornacchiola, per il suo valore fortemente identitario, merita di essere riscoperta e valorizzata favorendone la diffusione, poiché oggi le piante superstiti sono solo un migliaio.


