
Il fagiolo poverello bianco si coltiva da tempi molto antichi sui terreni irrigui di alcuni borghi montani del Parco del Pollino. Ha semi grandi e ovoidali, buccia sottile, bianca e lucida, senza screziature: facile alla cottura e delicato in bocca, richiede un ammollo di almeno 45 minuti.
Tradizionalmente si semina a postarelle entro la prima metà di giugno. È un fagiolo rampicante: le piantine si aggrappano a paletti di castagno ricavati dai vicini boschi cedui. Le piante vanno irrigate e il controllo delle erbe infestanti avviene manualmente o con mezzi meccanici, mentre è vietato qualunque diserbo chimico e i terreni si arricchiscono solo con letame ben maturo. La raccolta è manuale, tra ottobre e i primi di novembre: i baccelli ben secchi si sistemano sui «cannizzi» per qualche giorno, poi vengono insaccati, battuti, sgranati a mano e ripuliti dalle impurità.
La superficie coltivata si era drasticamente ridotta, per l'abbandono della terra da parte dei giovani e perché si tratta di una coltivazione laboriosa. Negli anni Novanta è stato decisivo il lavoro di recupero dell'ARSAC con istituzioni di ricerca come il CNR di Bari, il CREA di Pontecagnano, l'Università Mediterranea di Reggio Calabria e l'ENEA: dalle ricerche è emerso che l'ecotipo poverello bianco non subisce gli attacchi parassitari che negli stessi ambienti colpiscono altre tipologie di fagioli. L'obiettivo del Presidio è valorizzare il fagiolo poverello e insieme il paesaggio rurale delle zone irrigue dell'intero areale.
Può essere ingrediente di creme, minestroni, crostoni e insalate, ma il piatto più emblematico è una particolare pasta e fagioli con i tubetti, olio extravergine, polvere di peperoni rossi croccanti (la zafarana) e peperoncino piccante. La cottura più adatta è lentissima, sul fuoco, nella pignatta di creta.

